Amba Aradan non è un modo di dire

Conosci l’espressione “Ambaradan”?
Forse ti sarà capitato di usarla o sentirla usare. Se è così, sei a conoscenza del suo significato?
Ho fatto un piccolo sondaggio e ho scoperto che molti la conoscono, parecchi la usano, quasi nessuno ne conosce l’origine.
Amba Aradan non è un termine che appartiene alla lingua italiana. E’ il nome di una località. Si tratta di un altopiano montuoso situato in Etiopia, conosciuta in Europa anche come Abissinia. In lingua amarica “amba” identifica la cima piatta tipica di questo massiccio.

Tra il 10 e il 19 febbraio 1936, all’inizio della così detta guerra d’Etiopia, presso questo massiccio montuoso chiamato Amba Aradan, si svolse la prima grande battaglia del conflitto tra le forze italiane, guidate dal maresciallo Badoglio, e le forze etiopi dell’indipendente Impero Abissino. L’Etiopia era un territorio ricco con un esercito povero.
Si fronteggiarono circa 70.000 uomini tra italiani e ascari da una parte e circa 80.000 uomini delle armate etiopi dall’altra parte. Gli italiani erano ovviamente meglio armati , disponevano anche di un’aviazione e di quelle che oggi verrebbero definite armi chimiche. Si trattò di una battaglia molto cruenta e caotica.
Il bilancio fu di 800 morti per le truppe di Badoglio: 36 ufficiali, 621 nazionali e 143 indigeni. Gli etiopi persero circa 20.000 uomini. Il conflitto fu caratterizzato da un grande caos: gli italiani, affiancati da truppe indigene nemiche del negus, videro durante gli scontri una parte di essi rivoltarsi contro di loro, per poi tornare nuovamente dalla loro parte. I soldati rimasero fortemente impressionati da quella confusione, tanto che, rientrati in patria, di fronte a situazioni di disordine o baraonda iniziarono a dire “E’ come ad Amba Aradan”.
Da lì, la diffusione della locuzione “Ambaradan”, entrata di uso comune come un simpatico modo di dire, ha fatto il suo corso in questi 80 anni abbondanti, cavalcando l’onda dell’ignoranza.

Le cronache ufficiali di solito non menzionano il fatto che in quei giorni una compagine dell’esercito etiope, con donne, anziani e bambini al seguito, si andò a rifugiare nelle grotte di Amba Aradan nel tentativo di sottrarsi agli invasori. L’esercito italiano ordinò di stanarli, ma l’imprersa risultò piuttosto difficoltosa a causa delle caratteristiche del territorio. Così si decise di fare intervenire i granatieri muniti della famigerata iprite.
L’iprite è un gas vescicolante, crea sulla pelle delle lesioni devastanti e molto dolorose. Ad alti dosaggi l’effetto urticante porta a ricoprire il corpo di piaghe, la vista viene accecata dal bruciore, intervengono poi problemi di respirazione, perdita della voce, fino ad un lento arresto del cuore. E’ una morte straziante e dolorosa.
Alcuni dei sopravvissuti, circa 800, furono fucilati subito dopo. Altri sopravvissuti, in prevalenza civili rifugiatisi nei meandri delle molte caverne della zona, furono sterminati a colpi di lanciafiamme. I morti disseminati sull’Amba Aradan erano talmente numerosi che, per evitare epidemie e per non perdere tempo nel seppellirli, i militari italiani procedettero con la cremazione istantanea effettuata coi lanciafiamme.

 

Sappiamo bene che non ci è dato di cambiare la storia, nè ci compete ora stabilire cosa fosse giusto o sbagliato, bene o male, meglio o peggio.
Certamente ognuno di loro, da qualunque parte e in qualunque ruolo si trovasse, ha fatto ciò che doveva o poteva. E sicuramente ha fatto ciò che il suo stato di coscienza gli permetteva in quel momento.
Non è nostro compito capire e giudicare. Tuttavia possiamo comprendere e fare qualcosa adesso, nella nostra piccola realtà quotidiana, per onorare vite e terre profanate.
La storia non si può cambiare, ma il presente sì. Ed è l’unico modo per seminare un futuro diverso, ed è nelle mani di ciascuno di noi.

“Ambaradan” non è un simpatico modo di dire.
Forse troveremmo poco rispettoso sentire un tedesco dire: “E’ tutto un Aushwitz”. Spetta a noi modificare l’onda energetica di questo evento iniziando a porci con delicatezza e sensibilità là dove è mancata fino ad ora.
Cominciamo col trovare sinonimi a questo vocabolo, figlio dell’inconsapevolezza, diventando consapevoli della possibilità di invertire la tendenza.
Ciascuno faccia ciò che può. Qualcuno potrebbe sentire il desiderio di andare in Etiopia, oggi, a prendersi cura, per come possibile, dei nipoti di coloro che rimasero su quei campi. O forse per rispondere semplicemente al bisogno di toccare con la propria faccia quella terra, affondare le mani in quella umanità e sprofondare in quegli occhi scuri e sconfinati. Non si tratta di fare gli eroi o i salvatori; al contrario, è aprire le braccia per ricevere benedizioni.
Ma le grandi trasformazioni risiedono nelle piccole cose. Possiamo dunque iniziare col purificare il nostro lessico da questa espressione e provare invece ad usare la parola Amba Arandam portando le nostre mani al cuore e abbassando un po’ la testa.
Il mondo ha bisogno della nostra umiltà.

Roberta Pagliani