“Buffi questi umani”…

Talvolta mi piace fare il gioco dell’extraterrestre.
Immaginare di non essere appartenente a questo pianeta (cosa che, peraltro, mi riesce benone) per consentirmi uno sguardo sul mondo libero da condizionamenti ed etichette prestabilite.

Tornare a guardare le cose e le persone senza nomi, senza titoli, senza l’idea preconcetta archiviata nel cervello. Vedere.
Poter osservare un fiore senza pensare: “fiore”, ma semplicemente lasciandomi travolgere da ciò che esso è. Permettere che i miei sensi siano coinvolti nell’esperienza di incontrarlo e sentire cosa accade in questo incontro. Nient’altro.

Quanto ci perdiamo del fiore classificandolo nella casellina “fiore” non appena la nostra materia grigia lo riconosce come tale!?! E più ne sappiamo di botanica e analizziamo tutte le caratteristiche di quella sostanza vivente, più perdiamo la sostanza vivente.  Restiamo con una manciata di concetti e l’esperienza pressochè persa del fiore.

L’extraterrestre invece vaga per questo pianeta con gli occhi nuovi di chi vede tutto per la prima volta. Non conosce i nomi, non ha un archivio storico, incontra e osserva. E si accorge che questi umani devono avere una sorta di malattia chiamata “LE MIE IDEE” che non consente loro di stare in diretto contatto con la Vita che li attraversa.
Per esempio, all’umano medio che incontra Maria, quella Maria che conosce da molto tempo, al solo vederla (o immaginare di vederla), succede che in automatico si affacciano alla sua mente tutte le informazione che nel tempo ha raccolto su di lei: un file dalla implacabile memoria. Sicchè lei non è più “Maria”, lei diventa l’insieme delle sue idee di Maria. A quel punto non la vedrà più, continuerà solo ad archiviare conferme o disconferme delle sue idee.
E se dovesse arrivare una nuova Maria, l’umano in questione la osserverà giusto il tempo di formularsi le sue idee di lei, quanto basta per avere in memoria anche il file con i dati di quest’ultima, dopodichè facilmente anche ella sarà destinata a diventare invisibile ai suoi occhi.

“Buffi questi umani” dice l’extraterrestre. Non sarebbe molto più semplice alleggerire la memoria e stare con quel che vedi e quel che senti, adesso?

La cosa ancor più buffa e paradossale, in realtà, è l’effetto che questa malattia ha sull’umano rispetto a se stesso.
L’extraterrestre, infatti, si è accorto che questo sistema di archivio dati e difesa della memoria, l’umano lo applica nei propri confronti già dalla tenera età.
Crescendo in un ambiente in cui è circondato da altri umani che credono di essere persone con determinate forme, nomi, titoli e classificazioni, ecco che nell’umano bambino si genera in modo naturale l’idea di dover “essere qualcuno” anche lui. Così, inizia a costruirsi le sue idee di sè: stabilisce sempre più chiaramente cosa gli piace e cosa non gli piace, cosa è bene e cosa è male, cosa funziona meglio nella sua esistenza e cosa invece gli crea problemi e via via, così catalogando e memorizzando, arriva ad essere una personcina adulta che identifica se stessa in quella massa di informazioni raccolte.
Eccolo, l’umano medio, infilato nella sua scatola della personalità: un’immagine da difendere, ruoli da mantenere, linee guida da seguire, piacere da rincorrere, dolore da evitare, un mondo fuori da scegliere e valutare accuratamente poichè costellato di pericoli, un mondo dentro perlopiù sconosciuto perchè disseminato di paure e vulnerabilità, distrazioni per tenersi impegnato, eccetera, eccetera.

Fortunatamente, mi segnala l’extraterrestre, c’è una parte di abitanti del pianeta Terra che sta sentendo la spinta a interrompere questo autodistruttivo sistema di non-Vita.
Qualcuno si sta accorgendo che non essere morto non equivale ad essere Vivo.
Essere biologicamente funzionante, avere una famiglia e un lavoro, trascorrere le settimane in attesa del venerdì, gli anni in attesa delle vacanze di agosto, difendendo a spada tratta la squadra del cuore, il partito politico prescelto, la musica e i film preferiti e sperimentando una nuova pizza per concedersi qualche emozione ogni tanto, inizia ad essere una scatola un po’ stretta per molti umani.

Tra questi, ci sono quelli che hanno compreso, o lo stanno facendo, che il Soffio Vitale non ha solo lo scopo di nascere in un corpo, crescere, riprodursi, consumare e morire.
Qualcuno pare ricordarsi che dietro tutte quelle idee di sè e del mondo, c’è Colui che Vive.
Dietro lo scorrere del film c’è lo schermo: fermo, stabile, immutabile.
L’anelito a guardare oltre è sincero.
La volontà di farlo non sempre altrettanto forte.
Chi non ha sufficiente volontà si fermerà, troverà più comodo il vecchio e sicuro solco già calpestato fino ad allora.
Per chi dimostra autentica volontà e amore verso la Verità, oggi c’è una imbarazzante ricchezza di offerte. E il pianeta si sta riempiendo di ricercatori spirituali.
L’extraterrestre sorride. Pare divertirsi.
Gli chiedo di raccontarmi cosa vede.

Mi fa notare che tutti quei ricercatori stanno cercando qualcosa con grande impegno. Qualcosa che sanno essere “me stesso”, eppure continuano a muoversi come se dovessero raggiungere un luogo e un tempo diverso da ciò che c’è qui, ora. E continuano a cercare, cercare…
E cercando trovano informazioni, tante informazioni.
E talvolta finiscono semplicemente per sostituire le vecchie informazioni con le nuove e a modificare le vecchie idee con le nuove.
Diventeranno forse persone migliori. Ma resteranno persone.
E fino a che l’essere umano continuerà a vivere “da persona” non sarà destinato a realizzare ciò che E’.
Il reale ritorno al Sè richiede necessariamente l’abbandono della persona, ossia ciò che si crede di essere. Tutti i files accumulati e utilizzati per decenni destinati al cestino.
Non facile, certo.

A ben guardare, la reale scelta è tra continuare a cercare o fermarsi nell’Essere.

Chi cerca continua ad avere l’idea di qualcosa da trovare, quindi parte da un senso di mancanza nel presente.  Crea attrito con la realtà. Come se fosse accompagnato dal mantra “adesso c’è questo e io starò bene quando ci sarà altro”.
In questo senso ogni pratica, tecnica o metodo utilizzato (fosse anche il più spirituale in assoluto) sarà utilizzata a rafforzare il ruolo di colui che deve raggiungere quel risultato. E quella è la persona.
Il Sè non ha nulla da cercare. E’, e basta.
Paradossalmente anche pratiche come lo Yoga e la Meditazione rischiano di dare nutrimento alla personalità e aumentare la distanza col Sè, benchè siano praticati allo scopo di avvicinarlo.

Chi abbatte l’idea di dover cercare qualcosa da qualche parte e prende coscienza di essere esattamente in questo istante e in questo luogo, in questo stesso respiro, tutto ciò che Io Sono, non pone più alcuna distanza con l’Essere.

Finisce la ricerca. Perchè in realtà si è sempre stati esattamente dove si voleva essere, ma nel gran cercare lo sguardo era volto altrove.
E da questo luogo interiore immobile, silente, quieto, si potrà assistere alle proprie fluttuazioni psicofisiche senza creare attrito con esse, poichè non ci sarà più bisogno di essere “buoni” o “giusti” e “bravi”.

Esattamente come lo schermo che consente al film di esprimersi, senza giudicare e volere qualcosa di diverso, ci sarà uno spazio di accoglimento e comprensione anche per gli aspetti meno facili e piacevoli, nella consapevolezza che proprio il piombo di oggi sarà l’oro di domani.

A questo punto, potrebbe rivelarsi proprizio risvegliare l’extraterrestre che è in noi, ricominciare a guardare il mondo con gli occhi di chi non dà nulla per scontato, tornare a vedere le cose e le persone che ci circondano con la qualità di chi vuole incontrare e non capire, cancellare qualche file assumendosi la responsabilità di fare una nuova esperienza di ogni esperienza e lasciarsi stupire di fronte alla magia che la Vita sa manifestare a chi si offre a Lei con animo leggero e cuore aperto.

“E.T. telefono casa…”

Roberta Pagliani