In pira veritas

Del mio primo viaggio in India porto vivo il ricordo di un’esperienza che ha cambiato la mia vita da lì in avanti.
Quel viaggio fu una vera e propria iniziazione, per cui tutto ebbe un significato che solo molti anni dopo compresi appieno, ma assistere alla cremazione dei corpi presso il Manikarnika Ghat di Varanasi fu qualcosa che trasformò da subito la mia percezione della morte, della vita e del loro indissolubile legame.
Era il 2007, lavoravo in banca e avevo deciso di spendere il mio mese di ferie buttandomi nelle braccia di mamma India. Sola, uno zaino in spalla, nient’altro che il volo di andata e di ritorno, una scarsissima padronanza della lingua inglese, la forza dello yoga che praticavo e studiavo già da un po’, quella piccola grande dose di sana follia e incoscienza che ti muove quando rispondi a una chiamata e ti ritrovi lì senza sapere perchè, ma sai che è esattamente la cosa giusta di quel momento.

Ed eccomi nella città più santa per gli Indù, il luogo in cui la morte è sacra, dove la gente viene a morire perchè qui l’anima ha più possibilità di liberarsi definitivamente dal ciclo delle rinascite. Girare per le strade e i Ghat di Varanasi è un’esperienza sconcertante, specie per chi è totalmente a digiuno di India: malattia, povertà, dolore e morte camminano a braccetto con grazia, bellezza, colori, profumi e vita. Pochi giorni e il cervello va in cortocircuito, le emozioni perdono ogni possibilità di descrizione, gli occhi non vorrebbero vedere e allo stesso tempo si spalancano sull’invisibile, gli orecchi implorano di abbassare il volume di quel gran frastuono e al contempo la tua voce interiore si fa sempre più udibile.
In questo stato a dir poco confusionale arrivo di fronte a queste pire accese. Cataste di legna che bruciano 24 ore su 24, tutti i giorni, tutte le notti, in ogni stagione. Mi ritrovo lì, ovviamente, col mio carico di credenze inerenti la morte, i funerali, la fine e tutto ciò che la nostra cultura ci ha insegnato.
Da noi i funerali sono tristi, tinteggiati di grigio e il nero del lutto, ovviamente. La gente ha (perchè ha imparato che deve avere?!) l’espressione del viso contrita dal dolore (un’espressione serena sarebbe forse considerata inopportuna?!) e tutto si svolge in un’atmosfera di contenuta o straziante afflizione, a seconda dei casi. Del resto, ci hanno addomesticati a credere che la morte è la fine di qualcosa, qualcosa che viene chiamata vita, qualcosa che evidentemente dopo non ci sarà più, dunque davvero un dramma.

Dicevo, eccomi al cospetto di queste pire, all’appuntamento con la morte e la carne che brucia nel fuoco.
Paradossalmente l’atmosfera è quieta, nonostante il gran caos che gli indiani riescono a mantenere in ogni circostanza. I cadaveri arrivano su lettighe di legno portate sulle spalle di uomini, di solito i figli maschi del defunto. Il corpo è semplicemente avvolto dalla tipica stoffa indiana colorata, il viso scoperto, tanti fiori quanto elevate sono le possibilità economiche della famiglia. Nessuno piange e non ci sono espressioni di angoscia. Al contrario, si avverte una sorta di nobiltà che anima un rituale così semplice e, apparentemente, crudo. La barella di legno, col corpo sopra, viene posta sulla pira e a quel punto avviene la grande trasformazione. In breve tempo tutto diventa fuoco e poi cenere, che verrà dispersa nel Gange, la madre dei fiumi.
L’essenza è libera, qualcosa di nuovo si apre, non è chiusura, non c’è fine, c’è inizio, c’è infinito, ciò che non può finire e mai è iniziato ora è totalmente disponibile. Piango di commozione, di dolcezza, di grazia.

Per una sorta di magistrale alchimia dell’Esistenza, la mia vita dopo quel viaggio mi ha presentato molte morti e rinascite personali. Molte pire nelle quali ho bruciato pezzi di me, di ciò che sono stata, che ho creduto di essere, ruoli e credenze indossati per lungo tempo dati alle fiamme della trasmutazione. E ancora brucio, e ancora muoio a ciò che è finito per affidarmi al mistero dell’infinito.
E incontro maestri che mi aiutano ad accompagnarmi alla pira. Maestri che sono persone, eventi, vicende che mi chiedono di buttarmi nel fuoco e incenerire tutto ciò che non è vero.
Ciascuno di noi ha i suoi temi più “scottanti” (giacchè si parla di fuoco): quelli in cui gli riesce più difficile mettersi in discussione, mollare le proprie idee e credenze, che spesso sono state messe lì a difesa di qualcosa che verrebbe smascherato… e di solito quel qualcosa è paura. E ci hanno insegnato ad avere paura della paura. Così resistiamo, stiamo davanti al fuoco e sentiamo solo un gran calore che ci fa sudare ma non ci trasforma.
Cosa potrebbe accadere se diventassimo legna e ci lasciassimo ardere dalla vita, dall’amore?
Cosa succede se smettiamo di credere che siamo noi a respirare la vita e iniziamo invece a sentire che è  la Vita a respirare attraverso noi?
Quando pensiamo di essere noi ad amare commettiamo un grosso errore. E’ l’amore che si manifesta attraverso noi, brucia tutto ciò che non lo riguarda e sparge le ceneri nell’infinto mistero dell’Essere.
Non c’è spazio per il finito, non è ammesso tutto ciò che inizia e finisce, non c’è struttura, nè concetto, nè forma.
L’amore è ciò che rimane dopo aver sparso le ceneri.

Roberta Pagliani