La fucina dello Yoga

“Se non puoi sopportare il calore, esci dalla cucina” (Aghori Vimalananda)

Quando si rivolge a me una persona che mi dice di aver pensato allo Yoga per rilassarsi un po’, o per quel dolore alla schiena che non ha saputo risolvere in nessun altro modo, oppure dietro suggerimento di qualcuno che gli ha detto di aver letto da qualche parte che fa tanto bene… un inevitabile e malcelato ghigno si disegna sul mio volto.
Se lo sventurato mi trova di buonumore, mi premuro di spiegargli che con una pratica costante è molto facile che possa trovarsi in qualche modo più sereno, con la schiena riposturizzata e quindi meno dolente e uno stato di maggiore armonia con se stesso e col mondo, ma tutto ciò è da intendersi come una piacevole conseguenza dell’intero processo. Gli sconsiglio di focalizzarsi su tali obiettivi, se deciderà di fare un lavoro serio attraverso lo Yoga.

Non parlerò ora di cosa si è fatto e si sta facendo di una disciplina che indossa con onore svariate migliaia di anni, oggi confusa con belle esibizioni di corpi femminili che indossano tutine aderenti e uomini big jim in selfie acrobatici. Apprezzo la performance atletica di tutto rispetto e sono certa che ci sia molto lavoro dietro quei risultati. Potrebbe essere Yoga anche quello, non lo nego. Potrebbe essere Yoga se chi esibisce quel risultato potesse farne a meno dal minuto successivo. Se quell’ottenimento è disposto a trasformarsi in altro, a rinnegare se stesso, disconoscersi, fondersi in un nuovo magma e diventare qualcosa di diverso.
Non è Yoga, invece, se chi esibisce quella posizione, o usa quel mantra, o ripete quella determinata tecnica, ne ha bisogno per riconoscersi, per rafforzare l’idea di sè, per esporre un se stesso più ganzo della precedente versione. Se prima mi sentivo una sorta di disadattato sociale e lo Yoga mi ha riaccreditato a me stesso e di conseguenza al mondo, devo fare attenzione a non aver semplicemente sostituito un vestito “brutto” con un vestito più “bello”.
Se non sei disposto ad abbandonare ogni vestito di cui sei (psichicamente) ricoperto, non hai ancora incontrato lo Yoga.
Perchè lo Yoga non è solo cambiamento, è anche trasformazione.

Per cambiamento si intende uno spostamento da un punto ad un altro punto. Posso cambiare una moltitudine di cose fuori di me e molte anche dentro, con un po’ di impegno.  Posso cambiare casa, fidanzato, lavoro, paese, nazione e posso cambiare idee, sentimenti, punti di vista, pareri e progetti. Si cambiano gli addendi e, come insegna la matematica, il risultato è invariato. Si parla infatti di proprietà commutativa. Commutare, dal latino Cum-Mutare, ossia Con-Cambiare, scambiare una cosa con un’altra.
Oggi il nostro tempo è afflitto da sindrome del cambiamento. C’è un gran movimento, si continuano a spostare cose, situazioni e persone come gli addendi di un’addizione il cui prodotto è beffardamente identico. Ciò nonostante, pare essere un buon modo per tenersi impegnati e darsi il conforto di aver fatto tanta strada e aver lavorato sodo, tanto più se riferito al percorso “spirituale”.

Diversa è la trasformazione. Trasformare, dal latino Trans-Formare, vale a dire al di là della forma, quindi far mutare la forma. Fino ad arrivare alla Trasmutazione, Trans-Mutare, andare oltre il cambiamento. Qualcosa che parte in un modo e arriva ad essere qualcosa d’altro, modificato nella sostanza. Ciò che si ottiene non è quello che era in precedenza, non è semplicemente uno spostamento nello spazio o nel tempo, è materia ri-formata e trans-formata.

Pertanto, se sul mio tappetino di yoga o sul cuscino da meditazione o in qualunque cosa io stia facendo per sentirmi una persona migliore, mi accorgo che sto solo spostando gli addendi dentro e fuori di me, probabilmente non sto operando una reale trasformazione, sto soltanto cambiando aria come si fa quando si apre una finestra in una stanza, ma la stanza è sempre quella. Se era una stanza scomoda, non diventerà più comoda, avrò giusto preso una boccata d’aria e presto ne cercherò un’altra.
Non c’è nulla di “sbagliato” nel darsi al cambiamento evitando una effettiva trasformazione, purtuttavia sarà proficuo acquisire sufficiente onestà e trasparenza con se stessi da riconoscerlo e non raccontarsi un sacco di storie.
La trasformazione fa paura. Non è per tutti. E’ più che legittimo scegliere di stare sulla soglia e non entrarci. In tal caso, sarà opportuno riconoscere come stanno le cose e fare pace con la propria idea di doversi necessariamente trasformare.

La trasformazione, infatti, richiede un elemento fondamentale: il fuoco. Ce lo insegna la madre delle arti in tema di trasmutazione: l’Alchimia. Il piombo può divenire oro solo se accetta di morire in qualità di piombo. Morire. Non spostarsi, non scambiarsi con altro. Nel processo di fusione al calore del fuoco, il piombo rinuncia a se stesso. Deve scomparire. Non c’è scampo per lui. E per quanto possa sembrare superfluo concettualmente, sempre più mi accorgo che la difficoltà di chi fatica a dare una svolta alla propria vita -laddove ve ne sia l’intento- risiede nell’affezione al proprio piombo, non foss’altro per il fatto che è un luogo sicuro nel quale riconoscere i propri lineamenti (e limiti).
Quel fuoco, che nello Yoga è Tapas, è l’agente trasformativo. Così come in ogni aspetto della vita: dove c’è trasformazione, c’è calore.

Questa considerazione conduce ad una indispensabile riflessione: il fuoco può anche bruciare. Se non adeguatamente utilizzato, può avere effetti fortemente dannosi. Vero. Ed è proprio questa sua potenzialità che fa allontanare in tempi brevi coloro che non sono mossi da autentica volontà. Il timore di quel calore incalzante non consente neppure di avvicinarsi alla fucina del Sè.
Come è possibile, dunque, rendere il fuoco un benevolo elemento di trasformazione a proprio beneficio?
Il modo migliore per controllare il fuoco è sopraffarlo talmente d’amore che in cambio il fuoco stesso ti amerà. Se non lo temi, non ti brucia. Se non avrai paura d’incontrarlo, scoprirai che le sue fiamme ardono d’amore.

“Devi far sì che il fuoco abbandoni volontariamente la sua caratteristica di bruciare. Questa è vera realizzazione” (Aghori Vimalananda)

Ecco che, per una bizzarra ironia della vita, più ci si allontana dal fuoco interiore per timore di essere scottati, più quel calore assume connotati spaventevoli e brucianti. A questo punto diventa indispensabile mantenersi tiepidi, con attività che non diano troppo ossigeno alle fiamme intime, le quali potrebbero avvampare in una schietta richiesta di trasformazione.
Ben venga, allora, lo yoga del rilassamento facile; della distrazione sottile; delle fresche alte frequenze che distolgono lo sguardo dal bollore di una profondità che ha bisogno di essere attraversata; lo yoga della prestanza fisica che vuole modificare il corpo talvolta dimenticando che quello dovrebbe essere il mezzo e non il fine e benvenute tutte le pratiche tese a rafforzare le proprie certezze a cui trovarsi sempre più aggrappati.
Ci si manterrà vicini, ma non troppo, alla cucina e si farà scorpacciata dei profumi che da essa provengono.

Differente sarà l’esperienza di chi accetterà senza indugio di farsi cucinare dalla Vita. Entrare nel magma dell’Essere, accettando di vedere disciolta ogni certezza, ogni idea di sè e dell’altro, ogni concetto e preconcetto, fino a sentire nella carne il significato di essere niente e nessuno e al contempo tutto e ognuno.
Ecco perchè il fuoco non farà male, perchè sarà puro Amore. E lieve si farà la trasformazione, poichè non sarà più condotta da un individuale bisogno di ottenimento, ma diverrà piuttosto il naturale movimento di una volontà animata da Verità.
Così, non rimarrà altro che partecipare al banchetto dell’esistenza, apportando il frutto della propria trans-formazione e avendo ben presente che quella sarà la materia prima delle prossime metamorfosi, alle quali si potrà fare dono di sè lasciandosi forgiare con gioia dalle sapienti mani della cuoca divina e del suo sacro fuoco.

Roberta Pagliani