La “quercità” della ghianda

“Le querce portano le ghiande;
le ghiande sono gravide di querce” (J.Hillman)

In natura ogni cosa è ciò che è. Una margherita non viene nemmeno attraversata dall’idea che essere una rosa sarebbe meglio e mai e poi mai si sforzerebbe di fare la rosa. Un fiore, un frutto, una pianta, un animale non può scegliere, può essere solo ciò che è.
All’essere umano, invece, è stata data la neocorteccia cerebrale, ossia quella parte del cervello che lo contraddistingue dal regno vegetale e animale, più recente in termini di evouzione, la quale racchiude tutte le funzioni cognitive-razionali. Solitamente è proprio ciò che fa sentire l’umano superiore agli altri esseri viventi “non pensanti”.
E’ indubbio che si tratti di un optional importante, questo di cui ci ha dotati Madre Natura. Tuttavia, come sempre accade quando c’è di mezzo l’umanità, se non si è accorti nel farne un uso appropriato, rischia di diventare un’arma puntata contro se stessi.

Facciamo un viaggio a ritroso, quando l’umano nasce con i suoi 40-50 cm di lunghezza e i suoi 3-4 kg, circa, di peso materico. Per i primi mesi di vita non passa molta differenza tra lui e un cucciolo di animale o un bocciolo di fiore: lui è un tutt’uno con l’ambiente circostante, non c’è pensiero, non c’è divisione, non c’è separazione. A ben guardare è un piccolo illuminato, senonchè la mancata consapevolezza di esserlo, gli consente soltanto di proporsi come un umano neonato.
In lui funzionano solo i primi due cervelli: quello rettiliano, di natura più istintiva, e il sistema limbico che presidia tutto l’aspetto emozionale. Finita la pacchia, il piccolo umano si troverà a crescere implementando le sue funzioni col pensiero razionale e cognitivo, a cui con ogni probabilità diventerà totalmente asservito.

“I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente:
la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati” (J.Hillman)

Questo è ciò che accade al piccolo umano che si fa grande: da una parte è spinto dalla ragione per cui è nato, la sua ghianda che gli chiede di essere quella quercia; dall’altra parte ci sono i condizionamenti, ciò che sarebbe bene, o meglio, quello che conviene, quello che farebbe felice qualcuno del cui amore non si può fare a meno (questo è ciò che si crede, gran fregatura!) e tutto ciò che salvaguarda una certa immagine di sè alla quale molto spesso si è finiti per credere. Insomma, l’umanino non se ne accorge neppure, ma per lo più cresce alimetando un notevole conflitto dentro di sè.

Qualcuno a un certo punto potrebbe sentire la chiamata della ghianda talmente forte, da non poter fare a meno di risponderle e seguirla. Questi sono i momenti in cui si potrebbe scegliere di tradire qualcun altro per restare fedeli a se stessi, si potrebbe rinunciare alla comoda scatola del tutto previsto e preimpostato per buttarsi senza rete oltre i confini del conosciuto e incontrare l’ignoto con la forza di chi sa che non potrebbe fare altrimenti.

Qualcuno, al contrario, non ce la fa. Continua a tradire se stesso, la propria ghianda, per restare fedele a qualcosa, qualcuno, idee di sè e del mondo intorno a sè. E non sarà mai la quercia che era nato per essere. Non vedrà mai realizzato il progetto che sta scritto nelle sue note primordiali.
Potrebbe anche costruirsi una vita apparentemente soddisfacente, una famiglia, un lavoro, denaro da rincorrere; potrebbe non mancargli nulla nella vita materiale. E’ auspicabile che chi si muove in questa dimensione sia sotto l’effetto di una costante anestesia emotiva, e di solito così è, affinchè non sia percepibile l’angoscia lacerante provocata dall’essere circondati da nient’altro che il mondo visibile.

Potrebbe capitarci, nella vita, che ci siano momenti in cui si ha la sensazione che “qualcosa non va”.
La nostra invadente razionalità sarà portata a cercare le cause nel mondo circostante: il marito, la moglie, i figli, la suocera, quel collega al lavoro, il lavoro, la città in cui vivo… forse dovrebbe cambiare questo o quell’altro. Forse io dovrei cambiare. Può essere che sia tempo di qualcosa di più che un cambiamento. Talvolta è necessario operare una trasformazione interiore.
In questi momenti può essere utile chiedersi se stiamo rispettando la nostra “quercità” in quanto ghianda portatrice di talune informazioni indispensabili per la nostra realizzazione.

“Sta trovando il giusto posto nel mondo, ciò che è venuto al mondo con me?”
Questa è una buona domanda da porsi periodicamente.
Fino a che senti sgorgare da dentro un “SI'” supportato dal tuo sottofondo musicale preferito, sei sulla buona strada, la tua strada.
Il giorno che tu avessi dubbi, prova a fermarti. Incontra la tua ghianda. Chiedi a lei.
Può essere che ciò che hai fatto fino a ieri andasse bene, ma ora la “ciascunità” che porti dalla tua origine potrebbe aver bisogno di altro. E di sicuro non ha nulla a che vedere con ciò che tu “pensi” sia giusto per te.
Non si tratta di possedere la propria vocazione, ma di esserne posseduti. Si tratta di dare voce all’invisibile, all’inspiegabile, all’ineffabile.
Dunque chiudi gli occhi e guardati, poichè per vedere il genio occore genio.

Roberta Pagliani

P.S. Per gli interessati all’argomento, suggerisco la lettura del libro di James Hillman “Il codice dell’anima”.