“Sulsbury Hill”

Oggi, viaggiando in auto, la mia playlist mi ha proposto questa canzone:
(Sulsbury Hill – Peter Gabriel- https://www.youtube.com/watch?v=_OO2PuGz-H8).

Ero bambina e lei spesso usciva dalla stanza di mio fratello maggiore, al quale devo l’amore per la (buona) musica.
Un velocissimo viaggio a ritroso mi ha attraversato. Il tipico caso in cui una canzone non è più una canzone, è la tua storia che ti parla.
E nel concedermi questa breve immersione nel “sapore della mia infanzia”, ho pensato a quante persone ho incontrato e continuo ad incontrare che troppo frettolosamente mi dicono: <Io ho avuto un’infanzia felice>.

Pare che ci sia una sorta di omertà nel riconoscere a se stessi che no, non ho avuto per niente un’infanzia felice.
Si pensa forse che non avere avuto grossi traumi implichi, per esclusione, che tutto è stato bello e buono. Poi ti addentri dolcemente e ti accorgi che i ricordi sono vaghi, le memorie indefinite, talvolta c’è una precisa impalcatura di racconti idealizzati a fronte di poche reali tracce del sentito.

Il fatto che tu abbia sempre vissuto in una casa più o meno bella, che non ti sia mai mancato un pasto, che avevi il grembiulino sempre pulito col fiocchetto perfetto, la tua stanzetta coi poster dei tuoi idoli appesi al muro, vestita e pettinata sempre come si doveva e magari anche la vacanzina di agosto al mare… non è detto che facesse di te una bambina (o bambino) felice. Forse sì, ma forse no.

Può essere che ci fosse bisogno di altro.
Altro che non sta nel cibo e nei vestiti.
Altro che esce dal fabbisogno della materia, e solo qualcosa di non materico avrebbe potuto soddisfare e nutrire a sufficienza. E se questo nutrimento non c’è stato, mi spiace se sto per disilludere qualcuno, ma escludo che si possa parlare di infanzia felice.
Un essere umano di pochi anni è considerato “piccolo”, ma al suo interno può abitare un gigante di sensibilità, magari un’anima che viaggia da incalcolabili tempi, alla quale nessuno sguardo passa inosservato e, soprattutto, che ogni sguardo mancato, ogni carezza disattesa, ogni delicato gesto di cura dell’invisibile non pervenuto, potrebbe ferire.

La buona notizia è che sono ferite guaribili. Senza rimproveri nè giudizi per ciò che è stato, poichè è indubbio che ciascuno ha fatto quanto di meglio potesse. Non è mai troppo tardi per prendersi per mano e accompagnare se stessi nella direzione dell’integrazione di tutto ciò che era stato lasciato in un angolo ad aspettarci. E lieve diventa l’incontro con quel gigante invisibile: la propria bellezza, che da quel momento diventa la strada maestra.

Tornare in contatto con quelle emozioni significa riattivare qualcosa che appartiene al passato, in realtà non sono qui, ora. E’ il frutto dell’attività mentale che recupera delle memorie e le riaccende. Potendo stare costantemente presenti al solo istante corrente, molto facilmente non si ripresenterebbero, tuttavia la malsana abitudine umana di andare a ripescare vecchi file archiviati e renderli attuali tende a mantenere gli individui intrappolati nelle stesse (solite) dinamiche che si ripetono.
Mantenere la consapevolezza che si tratta di una pura fluttuazione psichica (emotiva e mentale) è di grande aiuto, consente di osservare la fluttuazione stessa e poterne seguire il movimento, comprendere da dove nasce e lì intervenire con quel balsamo lenitivo che tutto accoglie e nulla esclude, spesso definito amore.
Si tratta di un’attività interiore che ha senso solo nella misura in cui vi sia ancora l’abitudine mentale di viaggiare tra passato e futuro, poichè nel presente non esiste spostamento temporale, memorie e aspettative sono assenti, ricordi e proiezioni inesistenti.
Così sarà possibile dire serenamente: “non ho avuto un’infanzia felice, è vero, ma ora sono qui e quell’infanzia non c’è più, posso stare in questo adesso e assaporare questo istante”.
Ovviamente, se sei di quelli che hanno avuto un’infanzia felice e sorridente (per davvero!) buon per te. Di fatto, nemmeno quella è qui, adesso, se sei adulto, pertanto ha lo stesso scarso valore tornare a visitare e rivisitare tempi e spazi attualmente immaginari.

In tutto questo, un buon segnale è quando arriva Peter Gabriel e un sorriso dolcemente leggero si disegna sul tuo volto. Canta e goditi l’istante.

Roberta Pagliani