“Sulsbury Hill”

Oggi, viaggiando in auto, la mia playlist mi ha proposto questa canzone. (Sulsbury Hill – Peter Gabriel)

Ero bambina e lei spesso usciva dalla stanza di mio fratello maggiore, al quale devo l’amore per la (buona) musica.
Un velocissimo viaggio a ritroso mi ha attraversato. Il tipico caso in cui una canzone non è più una canzone, è la tua storia che ti parla.
E nel concedermi questa breve immersione nel “sapore della mia infanzia”, ho pensato a quante persone ho incontrato e continuo ad incontrare che troppo velocemente mi dicono: <Io ho avuto un’infanzia felice>.

Pare che ci sia una sorta di omertà nel riconoscere a se stessi che no, non ho avuto per niente un’infanzia felice.
Si pensa forse che non avere avuto grossi traumi implichi, per esclusione, che tutto è stato bello e buono. Poi ti addentri dolcemente e ti accorgi che i ricordi sono vaghi, le memorie indefinite, talvolta c’è una precisa impalcatura di racconti idealizzati a fronte di poche reali tracce del sentito.

Il fatto che tu abbia sempre vissuto in una casa più o meno bella, che non ti sia mai mancato un pasto, che avevi il grembiulino sempre pulito col fiocchetto perfetto, la tua stanzetta coi poster dei tuoi idoli appesi al muro, vestita e pettinata sempre come si doveva e magari anche la vacanzina di agosto al mare… non è detto che facesse di te una bambina (o bambino) felice. Forse sì, ma forse no.

Può essere che ci fosse bisogno di altro.
Altro che non sta nel cibo e nei vestiti.
Altro che esce dal fabbisogno della materia, e solo qualcosa di non materico avrebbe potuto soddisfare e nutrire a sufficienza. E se questo nutrimento non c’è stato, mi spiace se sto per disilludere qualcuno, ma escludo che si possa parlare di infanzia felice.
Un essere umano di pochi anni è considerato “piccolo”, ma al suo interno può abitare un gigante di sensibilità, magari un’anima che viaggia da millenni (chi lo sa?!) alla quale nessuno sguardo passa inosservato e, soprattutto, che ogni sguardo mancato, ogni carezza disattesa, ogni delicato gesto di cura dell’invisibile non pervenuto, potrebbe ferire.

La buona notizia è che sono ferite guaribili. Senza rimproveri nè giudizi per ciò che è stato, poichè è indubbio che ciascuno ha fatto quanto di meglio potesse. Non è mai troppo tardi per prendersi per mano e accompagnare se stessi nella direzione dell’integrazione di tutto ciò che era stato lasciato in un angolo ad aspettarci. E lieve diventa l’incontro con quel gigante invisibile: la propria bellezza.
Ed ecco che arriva Peter Gabriel e un dolcissimo sorriso disegna il tuo volto.

Roberta Pagliani